Ottobre è arrivato quasi senza che me ne accorgessi.

Erano già passate due settimane dal mio arrivo a Lubiana e, giorno dopo giorno, iniziavo a rendermi conto di quanto la vita in dormitorio stesse diventando difficile quasi invivibile a causa della convivenza con la mia coinquilina.

All’inizio avevo cercato di essere comprensiva.

Sapevo che viveva una situazione complessa: era affetta da atassia di Friedreich, una malattia neurologica degenerativa.

Nonostante tutto, era riuscita a laurearsi in legge un traguardo enorme ma la progressione della malattia ormai le impediva di gestire la quotidianità in autonomia.

Col tempo, però, la sua condizione è passata in secondo piano rispetto a quello che stavo vivendo io.

Mi sentivo più un’ospite che una coinquilina.

Non avevo spazio nel frigorifero per il mio cibo.

In bagno riuscivo a malapena a trovare un angolo per le mie cose.

Ma il problema più grande era la doccia: la lettiera del gatto veniva tenuta lì dentro, rendendola inutilizzabile.

Come se non bastasse, la sua sedia da doccia veniva incastrata in modo tale che io non riuscivo a spostarla da sola. bagno Questo significava che, alcune mattine, non riuscivo nemmeno a lavarmi.

Ho provato più volte a parlarne, a cercare un compromesso. Senza risultati.

A un certo punto ho deciso di agire: ogni sera avrei fatto rimuovere la lettiera dai miei assistenti e avrei scritto alla direzione del dormitorio, spiegando tutto nel dettaglio.

Ho raccontato anche la sua risposta alle mie richieste:

“Se non ti sta bene, vai via. L’appartamento è mio.”

Dopo quel confronto, tra noi è calato il silenzio.

Per settimane ci siamo ignorate, limitandoci a freddi saluti negli spazi comuni.

La risposta della direzione è stata rapida.

Non ero la prima a lamentarmi: erano già a conoscenza del suo carattere difficile.

Mi hanno assicurato che sarebbero intervenuti, imponendole di rimuovere la lettiera e di rinunciare al gatto in dormitorio.

Per la prima volta, ho tirato un piccolo sospiro di sollievo.

Ma non era finita.

Restava il problema della sedia da doccia, che continuava a essere incastrata.

Così ho continuato a dipendere dall’assistenza serale anche solo per potermi lavare.

Era evidente che non potevo andare avanti così.

Ho quindi deciso di coinvolgere la mia assistente, Maša.

Grazie al suo intervento siamo riuscite a trovare una soluzione pratica: dopo l’uso, i suoi assistenti avrebbero spostato la sedia in cucina, lasciando finalmente libero il bagno.

Non era la soluzione ideale. Ma era un equilibrio.

E in quel momento, bastava.

Pensavo che le cose potessero migliorare. Mi sbagliavo.

Anzi, la situazione è peggiorata. Lei era diventata ancora più insofferente e trovava continuamente nuovi motivi per lamentarsi.

Un giorno mi ha persino inviato un file Excel in cui aveva elencato tutti i comportamenti che, secondo lei, erano problematici, assegnando a ciascuno un punteggio da 1 a 5 e proponendo “soluzioni”.

Una scena surreale.

La maggior parte delle sue lamentele riguardava piccolezze, dettagli insignificanti, cose che non compromettevano minimamente la sua quotidianità al contrario di quanto accadeva a me.

Uno dei punti su cui era più rigida erano le pulizie.

Si lamentava continuamente del lavoro delle mie assistenti e sosteneva che la maggior parte delle faccende ricadesse sulle sue.

Le mie assistenti venivano una o due volte a settimana, ma per lei era insufficiente.

Così ha imposto un calendario delle pulizie, con compiti precisi e una frequenza dettagliata. pulizie Le sue assistenti si occupavano delle prime due settimane del mese, ma pretendeva che i pavimenti venissero puliti e lucidati ogni giorno, anche quando non ce n’era alcun bisogno.

Ho accettato tutte queste regole.

Non perché le trovassi giuste, ma per il quieto vivere.

Speravo che adattarmi potesse migliorare la convivenza.

Ma dentro di me sapevo già la verità: la situazione non avrebbe fatto altro che peggiorare.