Le prime due settimane sono passate senza che riuscissi davvero a rendermi conto di cosa stesse succedendo.

Era appena iniziata una nuova vita. Una realtà completamente diversa, in cui per la prima volta non ero una comparsa, ma la protagonista della mia quotidianità.

Adesso tutto dipendeva da me: la spesa, l’affitto del dormitorio, gli spostamenti, l’organizzazione dell’assistenza.

Non ero abituata a gestire così tante decisioni tutte insieme — e soprattutto decisioni che avrebbero avuto un impatto concreto sulla mia vita.

E poi è arrivata la prima difficoltà reale.

L’assistenza non è stata subito garantita come mi era stato promesso. Per alcuni giorni ho dovuto arrangiarmi, adattarmi, trovare soluzioni.

È stato il primo momento in cui ho capito davvero che questa esperienza non sarebbe stata solo entusiasmo e novità, ma anche responsabilità e imprevisti.

Dopo il primo weekend, ho iniziato le lezioni di radiologia: un corso intensivo di una settimana, direttamente in ospedale. Il primo giorno è stato disorientante. Corridoi infiniti, stanze tutte uguali, persone nuove.

Mi sentivo persa.

Poi, poco alla volta, ho iniziato a orientarmi.

Quello che all’inizio sembrava un labirinto ha iniziato ad avere una logica.

Anche grazie alla mia assistente, sono riuscita a prendere confidenza con gli spazi e con i ritmi.

Avere orari fissi e un servizio di trasporto dedicato mi ha aiutata a creare una prima, fragile routine. E con la routine, è arrivata anche un po’ di sicurezza.

Ho iniziato a parlare con i miei colleghi: molti italiani, ma anche studenti provenienti da Germania, Lettonia e Polonia.

Eravamo tutti nella stessa situazione — spaesati, curiosi, un po’ disorientati — e questo ci avvicinava più di quanto pensassi.

Fuori dall’università, le cose hanno iniziato a prendere una piega inaspettata.

Tutto è iniziato in modo quasi comico: la mia assistente ha origliato una conversazione tra alcune ragazze.

Una di loro, Mary, stava cercando un’esperienza Erasmus simile alla mia.

Così, senza pensarci troppo, le ha invitate a mettersi in contatto con me.

Da lì, è nato qualcosa.

Quello stesso weekend ci siamo ritrovate al Parco Tivoli, un parco bellissimo vicino al dormitorio.

Passeggiando, ci siamo imbattute in una mostra fotografica a cielo aperto, accompagnata da citazioni che ci hanno fatto fermare a riflettere.

Abbiamo poi raggiunto la collina dove si trova il museo di grafica contemporanea.

Io, però, non sono riuscita ad accedervi a causa dell’inaccessibilità della struttura. La mia amica si è indignata. Io no.

Io ho lasciato correre.

E in quel momento mi sono resa conto di quanto certe cose, per me, siano ormai normalità — anche quando non dovrebbero esserlo.

Durante il weekend della prima settimana sono stata invitata a cena a casa di Mary.

Ognuno portava qualcosa del proprio paese.
banchetto

Intorno a quel tavolo c’erano storie diverse: Belgio, Bielorussia, Paesi Bassi, Italia.

Eppure, in mezzo a tutte quelle differenze, c’era qualcosa che ci univa.

La curiosità.

La voglia di conoscere.

Il bisogno di connettersi.

Ho legato subito con una ragazza italiana con cui ho riso per tutta la sera.

Ma più di tutto, mi ha colpito la naturalezza con cui, pur essendo così diversi, ci siamo sentiti parte dello stesso momento.

È lì che è nato il nostro gruppo: il Bled Team.

Non ci siamo fermati a quella cena. Poco dopo siamo andati insieme anche alla nostra prima festa.

Quella che ha rotto il ghiaccio, che ha trasformato degli sconosciuti in un gruppo.

E forse è stato proprio in quei giorni — tra difficoltà, incontri casuali e nuove connessioni — che ho iniziato a capirlo davvero:non mi sentivo ancora a casa, ma non ero più completamente persa.