Il mio arrivo a Lubiana tra indipendenza, incertezze e il coraggio di ricominciare

Il 18 settembre sono partita da casa prestissimo, alle 6 del mattino.

Dopo aver abbracciato i miei fratelli e mia madre, sono salita nella mia auto mentre mio padre nella sua, e insieme siamo partiti per Lubiana.

Dovevo arrivare al dormitorio intorno alle 8:30 per compilare tutte le carte necessarie all’accesso.

Era ancora buio e le strade erano quasi vuote.

Sentivo una stretta allo stomaco: qualcosa di nuovo mi stava aspettando. Una vita nuova, in un ambiente completamente diverso, con una cultura che conoscevo appena.

Ero elettrizzata, ma allo stesso tempo avevo paura.

Paura dell’ignoto.

Durante il viaggio ero agitata.

Guidavo con attenzione: era la prima volta che affrontavo un’autostrada “vera” per così tanto tempo.

Superati i caselli e il confine sloveno, sono stata accolta da un sole accecante.

Era finalmente giorno e mancavano circa 40 minuti all’arrivo.

Poi il traffico. Chilometrico.

Nulla a che vedere con quello della mia piccola città, Pordenone.

Dopo una ventina di minuti di avanzamenti lenti, finalmente la strada si è liberata e ho potuto proseguire.

Ho raggiunto il dormitorio non senza qualche difficoltà — ho sbagliato entrata — ma alla fine sono riuscita a orientarmi.

Ho aspettato l’arrivo di mio padre e siamo entrati insieme nell’ufficio amministrativo, un edificio purtroppo accessibile solo tramite montascale.

Una volta dentro, sono stata sommersa da informazioni: regole, procedure, organizzazione della vita in dormitorio.

Un passaggio fondamentale era la richiesta del permesso di residenza, necessario per chi, come me, si sarebbe fermato per più di tre mesi.

Un dettaglio burocratico, sì, ma essenziale per poter restare.

Dopo aver compilato tutto e ottenuto il numero del portinaio, ho finalmente ricevuto le chiavi della mia stanza: piccola, essenziale, con bagno e cucina condivisi con la mia coinquilina.

Poco dopo ho incontrato la mia prima assistente, Masa.

Sulla trentina, sorridente, piena di energia. Mi ha trasmesso subito un senso di leggerezza e si è messa immediatamente ad aiutare me e mio padre con valigie e scatoloni.

Nel giro di due ore la stanza aveva già preso forma. Non era ancora tutto sistemato, ma per il primo giorno era abbastanza.

La cucina, invece, era un problema.

Era completamente occupata dalle cose della mia coinquilina: ho trovato a malapena spazio per il mio cibo, e anche il frigorifero era quasi pieno.

Era come se il mio arrivo non fosse stato previsto, nonostante fossimo in contatto da settimane.

Ho scelto comunque di non dare troppo peso alla cosa: era solo l’inizio e non volevo partire con il piede sbagliato.

Nel pomeriggio, dopo aver salutato mio padre con un lungo abbraccio e la mia assistente — che avrei rivisto il giorno dopo — ho deciso di parlare un po’ con la mia coinquilina.

La prima cosa che ho notato, già da agosto con una rapida occhiata alla sua stanza, era una sorta di ossessione per il nero. stanza

Vestiti neri, mobili neri, persino i piatti erano neri. cucina

Le ho chiesto scherzosamente se fosse il suo colore preferito.

Mi ha risposto di no.

Questa risposta mi ha lasciata un po’ spiazzata, ma non ho approfondito.

Ho notato anche che faceva fatica ad articolare le parole e a muoversi con la carrozzina: le dita delle mani erano contratte e aveva bisogno di aiuto costante.

Infatti era spesso accompagnata da uno dei suoi assistenti, un ragazzo che sembrava ormai una presenza stabile nella sua quotidianità.

Mentre parlavamo, ho sentito un miagolio provenire dalla mia stanza.

Per un attimo sono rimasta sorpresa, poi ho capito: era il suo gatto. gatto L’ho fatto entrare così che potesse prenderlo in braccio.

La giornata è scivolata via velocemente. Nel tardo pomeriggio sono uscita a fare un giro nei dintorni del dormitorio.

Lì ho incontrato un’altra ragazza che si è offerta di farmi vedere il complesso: campi da tennis, da beach volley, tavoli da ping pong e uno spazio per allenarsi.

allentamento dormitorio

Sui muri degli edifici c’erano murales bellissimi. Intorno a me, sguardi curiosi: ero la nuova arrivata.

E mentre osservavo tutto questo, dentro di me continuavo a chiedermi una cosa sola: chissà cosa mi porterà davvero questa nuova avventura.