Il 27 agosto sono partita. In macchina, con mio padre e i miei due fratelli minori, direzione Slovenia.

Non era una gita di piacere, o almeno non solo, era un sopralluogo, fatto per avere un’idea chiara di quella che sarebbe stata la mia vita da qui a un mese. Avevo stilato un programma con l’associazione disabili locale e l’ufficio internazionale:

  • Giorno 1: Visita all’Università e incontro con l’ufficio Erasmus.
  • Giorno 2: Incontro dal vivo con l’associazione disabili e, verifica della stanza assegnata nel dormitorio.

Siamo arrivati verso mezzogiorno e ci siamo diretti subito verso la sede universitaria, dove avevo un appuntamento con la referente Erasmus.

“Sei la prima”: La doccia fredda in Facoltà

Appena arrivata alla sede universitaria, ho incontrato la referente Erasmus. È stato un colloquio gentile, ma che ha subito messo in chiaro una realtà complessa: non tutti i corsi si sarebbero tenuti lì. Molti sarebbero stati sparsi nei vari dipartimenti dell’Ospedale.

Ma la vera sorpresa – e il vero rammarico – è arrivata sulla soglia. L’entrata principale dell’Università non era accessibile.

La referente, mi confidato che come università erano stati colti visibilmente di sorpresa dalla mia richiesta e, mi ha confessato una frase che mi ha colpito molto:

“È la prima volta che abbiamo uno studente con disabilità alla Facoltà di Medicina.”

In quel momento ho realizzato un concetto fondamentale: nonostante Lubiana sia millantata come “città accessibile” e inclusiva, nella praticità quotidiana ci sono ancora enormi lacune. Anzi, proprio durante la mia visita stavano costruendo una nuova sede che a detta loro sarabbe stata accessibile, ma sarebbe stata pronta solo l’anno successivo. Tempismo perfetto, vero?

Il “Percorso Segreto”: Tra laboratori e sotterranei

Nonostante lo shock iniziale, non mi sono persa d’animo. Dovevo capire come entrare per studiare. Insieme abbiamo mappato il percorso alternativo, che assomigliava più a un livello di un videogioco che a un ingresso universitario:

  1. Entrare dal parcheggio sul retro.
  2. Dirigersi verso i laboratori di patologia.
  3. Prendere un ascensore specifico.
  4. Arrivare finalmente al piano terra dell’atrio universitario.

Da lì potevo accedere alle aule. E qui, un’altra barriera. Le aule erano i classici anfiteatri universitari pieni di “gradoni”.

Cosa significa questo per me? Significa non poter sedere in mezzo ai miei colleghi. Significa stare in uno spazio separato, senza poter scambiare due chiacchiere o un commento veloce con la persona seduta dietro di me. L’inclusione passa anche da questi dettagli sociali, non solo dalle rampe.

entrata principale università

Il Labirinto dell’Ospedale

Dalla sede universitaria, tramite un sistema di passaggi sotterranei, si poteva accedere direttamente all’Ospedale per i tirocini. Abbiamo studiato quale fosse il percorso più agevole per entrare in ospedale in autonomia. L’accesso dal Pronto Soccorso.

Era l’unico percorso che mi garantisse indipendenza totale. Durante quel primo sopralluogo non mi sono soffermata troppo a cercare i singoli reparti: l’ospedale sembrava un labirinto e sapevo che avrei dimenticato tutto prima di settembre. L’importante era sapere che potevo entrare.

Turisti per caso (e un ostello in prigione)

Finito il sopralluogo “tecnico”, ho salutato la referente e mi sono diretta verso il mio alloggio temporaneo: l’Hostel Celica. È un posto incredibile nel quartiere artistico di Metelkova: un’ex prigione trasformata in ostello. È pieno di murales e ha un’atmosfera unica.

hostel celica

Nel pomeriggio, la tensione del sopralluogo si è sciolta. Abbiamo esplorato il quartiere Tabor, dove mio fratello ha improvvisato una partita a pallone con dei bambini sloveni (il linguaggio universale del calcio!), e poi ci siamo diretti a piedi verso il centro.

Abbiamo visto il famoso Ponte dei Draghi e passeggiato fino a Piazza Prešeren.

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Prime impressioni

Nonostante sia una piccola cittadina, il primo impatto con Lubiana mi ha trasmesso molta vitalità e ospitalità. È vero, l’Università non era pronta per me. È vero, l’ingresso principale mi era precluso. Ma avevo trovato una soluzione, un percorso, e una città che, fuori dalle mura accademiche, sembrava tutta da scoprire.

Ero pronta per il secondo round: il giorno dopo avrei dovuto affrontare il dormitorio.